Capitolo 4

Nell’alta-torre tecnonomican – da tempo ormai disattivata – l’alternarsi dei riflessi cangianti dell’immensa fortezza che è Castel Birbanello riverberano nella luce serale.
Al di là delle immense finestre ad angolo acuto si staglia il panorama del resto della valle: migliaia di fuochi accesi ai piedi delle mura annunciano gli accampamenti dei Clan dei Braccianti. Nell’oscurità della torre un cigolìo meccanico riecheggia nelle aule-laboratorio; macchinari di un’Epoca ormai passata e perlopiù dimenticata giacciono immoti ad accumulare polvere e ragnatele.Tuttavia un essere meditabondo si muove ancora per quelle stanze:

“Che ne sarà ora del Regno?”

Domanda al silenzio che lo circonda:
“Che ne sarà di Illusonia? Siamo forse destinati ad anni di anarchia e guerre civili? Chi, mi domando, potrebbe raccogliere i frammenti di questo mondo a pezzi e intessere nuovi anni di fasti e grandi gesta?”

L’essere si arresta davanti ad una colossale struttura al centro della torre. Sospesi da ellissi di metallo corpi giganteschi ed immobili rimangono fissi come un corpo che galleggia sul filo di un lago senza maree.
“Il “Tirannotecnomante”… Così il suo popolo lo ha nominato e così rimarrà il nome nel disperdersi inesorabile delle pieghe della storia. Chiunque, una volta arrivato il potere deve scegliere che farsene, ma la storia viene scritta dai vincitori e sempre questi nominano le cose che verranno.”

Afferra una latta piena di olio meccanico ne beve il contenuto, come a voler annegare i suoi grattacapi.
Vuotato il barattolo, si lancia con noncuranza l’involucro vuoto alle spalle che, nel suo colpire il terreno riecheggia per la grande aule-laboratorio.

Poi – come sorpreso – apre un tomo polveroso rimasto abbandonato su di un tavolo in acciaio. Si mette a sfogliare le pagine finché una figura, ben disegnata e colorata cattura la sua attenzione, è l’immagine di una donna, una giovane illusoniana. Questa indossa una tunica blu notte e ha lunghi capelli castani raccolti in una treccia, i suoi occhi sono vispi e pieni d’ intelligenza. In una mano tiene una staffa di legno scuro e nell’altra una qualche Componente Elementale che emana una flebile luce colorata.
Attorno alla donna ci sono altre persone, uomini e donne, vestiti simili a lei, sono disposti in un cerchio di pietre colorate di rosso, verde, blu e giallo il quale pare emanare una qualche sorta di energia sottoforma di raggi luminosi.
In un soffio pronuncia il nome:
“Gabrina…”
L’essere che sta sfogliando il tomo sussurra quel nome come ad evocare un ricordo od un incontro passato:
“Che ne è stato di voi, o Somma Illusomante?”
Il tono della voce, per quanto metallico, tradisce una sorta di tristezza ed in un gesto meccanico, privo di scopo, emula l’asciugarsi di una lacrima sulla guancia.
Eppure, di lacrime Inesisto il Magimante non ne ha mai versate, e mai potrebbe farlo.
In lui la vita ha forma di macchina e sembianze da umano.

Sul cristallo della grande finestra della torre iniziano a battere le prime gocce di pioggia, un ticchettio leggero e persistente.
Inesisto, avanza verso la finestra per guardare fuori e scorge attraverso cortina di pioggia in aumento, l’avvicinarsi di una carovana di grandi carrozze e carri alle porte di Castel Birbanello:
“Bene… Il Circolo è arrivato finalmente all’Adunanza. Presto terrò la mia lezione per quei giovani Fattucchieri, sempre se resteranno abbastanza svegli da seguire tutta la conferenza. Ma, chissà se manterranno fede a ciò che dicono, che “il Sapere è Potere“. Che sia arrivato forse il momento in cui lo scorrere delle maree possa riprendere a fluire nelle menti di questi giovani apprendisti?
Solo il tempo ce lo dirà. Infondo, da parte mia, di tempo ne ho a sufficenza.”

Così detto, richiude il tomo impolverato e si dirige nuovamente verso la scalinata che lo condurrà ai piedi della alta-torre tecnonomican, così da poter accogliere Il Circolo dell’ Illusomante Gabrina alla corte di Castel Birbanello.