Fu atroce per la Regina sentire l’impulso simultaneo di così tanta sofferenza, capì all’istante che centinaia di illusoniani erano stati tragicamente feriti a morte.
Nella sua testa si condensò quel dolore come la più lancinante delle emicranie e, per un breve momento, il legame alla Vita che avvertiva venne investito da qualcosa simile ad una scossa elettrica folgorante.
Capì che c’era di più di semplice guerra, violenza o strage. C’era qualcosa che sfidava la Vita stessa in quell’opera e, nella sua memoria, una così simile devastazione era stata avvertita soltanto negli ultimi attimi della Guerra di Liberazione.
Tremante nel dolore – ma risoluta come solo il portamento dell’ultima Regina del Regno poteva essere – Selvestria, ripresasi da quel dolore, mandò a chiamare con urgenza un messo tra le Altefronde.
Aural era ancora nei pressi di Castel Birbanello e la Regina non poteva sapere le ragioni che la trattenevano. Era ignara di come, proprio in quel momento, Eroloand e Aural stavano mettendo da parte i loro dissapori per resistere al fianco dei Quintofogli all’attacco dell’Orda dell’Invidia. Una resistenza dalla vita breve.
La giovane staffetta Ofias venne fatta ripartire appena arrivata al cospetto della Regina, con l’ordine di partire ancora una volta alla corte di Castel Birbanello, nella flebile, seppur viva speranza di soccorrere i suoi fratelli in quella tragedia. Salvando il salvabile o, quantomeno, lasciare che quei corpi ammassati potessero essere reclamati dalla Terra nel giusto e degno ciclo che la Vita porta a coloro che la percorrono.
Nel mentre…
Una snella figura valica una bassa collina brulla, si sdraia sul dorso e nella rossa luce del tramonto tenta di nascondersi tra i pochi cespugli secchi che ancora resistono su quell’altura.
In lontananza un gruppo armato di asce e seghe si abbatte su di un gruppo di bassi alberi che a stento crescevano in quel torrido e desolato panorama. Al centro, un uomo veste una cappa rossa che garrisce al vento, la sua voce alta e perentoria dispone ordini per il lavoro.
La figura snella stringe gli occhi in uno sguardo di puro odio. Egli estrae un corto pugnale e spacca la dura terra rossa vicino a lui, ne solleva parte e ripone al suo interno una manciata di piccoli semi.
Con un gesto silenzioso si incide la mano e versa qualche goccia di sangue dicendo:
“Che il tempo giunga, che il Sognante possa trovare la Pista che noi prepariamo”
Terminato quel gesto, tende la corda di un lungo arco da guerra.
Un sibilo irrompe nell’aria torrida seguito da un rumore secco, zac!
Mentre era impegnato a sbraitare e indicare quali alberi abbattere, il torace del Braccio Mastro viene squarciato da un dardo.
Casca nella polvere privo di vita e le squadre di tagliatori si animano nel caos scatenato cercando di prepararsi a reagire a quell’attacco.
La figura snella, agile scende dalla collina e scompare nella macchia di quel brullo e arido deserto, i ceppi degli alberi abbattuti fanno da cornice a quel desolato e sbiadito panorama.


