Epilogo
La folla radunata davanti al palco di una delle tante piazze interne di Castel Birbanello era spettatrice di una scena pesante e carica di tensione. Davanti al palco si ergeva un cordone di soldati dalle cappe nere. Questi tenevano spianati innanzi a loro una selva di bocche da fuoco pronte a sparare e, ancora più avanti, un gruppo illusoniani coscritti volgeva i suo sguardo severo verso i concittadini, come a metterli in guardia di non tentare pazzie.
Dall’alto del palco un uomo dal volto pesto ed i vestiti laceri era trascinato da due soldatacci che lo trattenevano con corde. Davanti a tutti – nell’uniforme rossa della marina militare dei Reami di Branchia – il Commodoro Minortimer Rospesquieu tronfio di una preannunciata vittoria, sanciva la condanna a morte di Perrault per impiccagione.
Il condannato fattosi forza sotto il gonfalone tetro dell’armata straniera, sputò con sofferenza poche ultime e audaci parole per i tanti amici e sostenitori adunati al patibolo quella sera: “Queste parole sono per tutti gli Illusoniani, perché io venga ricordato e perché questo discorso risuoni per tutta Illusonia…”
Tempo prima…
Le rovine di quel luogo che un tempo era conosciuto col nome di Fiore, erano ora ammassi anneriti e fumanti nella tarda luce del giorno. Il corpo di guardia dei mostri che le abitavano era stato sbaragliato ed i suoi membri annientati fino all’ultimo Musgrugno.
Tra quelle macerie, un sopravvissuto si trascinava sui gomiti. Era paralizzato dalla vita in giù, il suo corpo era costellato da una miriade di tagli e colpi; flutti di sangue nerastro bagnavano la pietra su cui si trascinava. Quell’essere avanzava in quella desolazione tra grugniti e stridii, passava tra i corpi dei compagni caduti quando, all’improvviso – senza che nulla ne annunciasse l’arrivo – CRAC! un colpo tremendo; una lama terribile inchioda il corpo a terra che esala un ultimo respiro. Dall’altro capo dell’arma, una protesi di artigli neri e muscoli sintetici disincaglia con uno strattone la cuspide dell’arma dal corpo senza vita.
Il massiccio corpo venne scaraventato a terra, la nebbia violastra che lo aveva lambito e trasportato fin lì – al di fuori di quelle stanze sotterranee – si dissipò in una sinistra risata immateriale.
L’uomo con la protesi stette lì, immobile, sentendosi incapace e – ancora una volta – raggirato, sconfitto.
Nella sua mente – guidato come un incubo che non gli apparteneva – vide illusoniani del suo popolo – dei suoi Clan – reclamare la sua spada ed il suo elmo. Nella visione quelli ridevano e ballavano lordando il Magmatrono dei Re Braccianti – e ancor più – ridevano di lui e della sua misera.
Seguirono visioni delle sue terre prive della loro grandezza, il suo forte popolo: indebolito, emaciat e privo di orgoglio. Rimaneva soltanto un regno fragile e senza più forza, abitato da patetiche parodie di quelli che erano un tempo i suoi Braccianti.
Poi, arrivò la rabbia. Le sue mani si strinsero al manico di ferro della sua mazza. Si rimise in piedi e a pieni polmoni ruggì, nella notte che avanzava, la sua ferocia: “RABBIA!!!”
Si voltò ancora una volta e riprese a marciare verso il castello, quel dedalo terribile ed infinito che lo aveva smarrito altre volte. Il suo profilo nella luce calante del giorno – quel riflesso – quella miriade di luci cangianti che ne ammantavano le mura ciclopiche, era qualcosa di sinistro e alienante. Bracciante, nella sua follia fiammante, si disse che avrebbe ridotto in polvere ogni singola pietra di quel muro. Tutto per trovare i ladri che le visioni gli avevano suggerito e – col peso del ferro – fargli scontare ogni singola pena.
Altrove…
“Intesi quindi Maldestro, la loro proposta è valida e organizzata. Penso che come nuovi soci maggioritari della Banca, questi giovani agenti sapranno far fruttare i profitti e difendere gli interessi dei loro clienti al meglio…”
Lestius Onestus Manus stava ultimando i preparativi per il suo nuovo viaggio come ricercatore e Archeotecnologo quando – estratto un fazzoletto dalla tasca del suo panciotto – un tintinnio metallico risuonò sulle pietre del pavimento. Nella tenue luce di torcia, una moneta stava rallentando i suoi ultimi prilli, fino a sdraiarsi a terra, rivelando una B incisa.
Altrove…
La Regina si concesse un bagno nelle calme acque di un lago poco oltre una fitta siepe. Immersa nell’acqua gelata della fonte, vide le sue mani trattenere a stento il tremore che non l’abbandonava da diverso tempo. Si concesse per una volta, di lasciar cadere il volto austero e meditativo che indossava pubblicamente per lasciare trapelare un moto di paura e insicurezza. La testa continuava a dolerle senza tregua, come un ronzio incessante.
Si adagiò tra le acque cristalline e lasciò che il tocco freddo la raggiungesse sulla nuca e lungo la schiena; sospesa a pelo dell’acqua concesse al suo corpo un momento di sollievo e solitudine. Concentrandosi chiuse gli occhi e tentò di ammansire l’emicrania ancora e ancora. Eppure, per quanto tutta la calma a sua disposizione fosse concentrata a mitigare il dolore, Regina Selvestria non riusciva a far tacere i tumulti del suo corpo.
Altrove…
Le porte della Settima Sezione si aprirono in una sinfonia di suoni meccanici e lamenti senzienti. Una figura curva emerse da essa, col mantello lacero e dal passo incerto. I suoi passi riecheggiavano nei corridoi deserti di una infinita biblioteca, assieme al cigolio metallico di articolazioni e lamiere. Quel corpo era fatto di metallo ed in più punti erano evidenti contusioni, scalfitture e segni lasciati da un combattimento.
Si fermò poco oltre l’imbocco dal quale era uscito e rapidamente; una luce bianca si estese dalla sua mano nel resto del corpo, aggiustando e rinsaldando il possibile:
“… è tornata… La forza sortìlega è stata ripristinata…”
Inesisto parlava tra sé e sé: “Non mi è possibile andare oltre… Non da solo…”
Si fermò a riposare un attimo e ancora il silenzio tornò sopra ogni cosa.
“Devo chiedere aiuto… La situazione lo necessità, così vicino… Eppure, così irraggiungibile… Troverò un altro modo. Troveranno un altro modo…”
Il Magimante si incamminò ancora una volta nei corridoi desolati delle biblioteche sotterranee di Castel Birbanello.


