Capitolo 8

Sopra le alte mura di Castel Birbanello ora molti Illusoniani e Illusoniane dai variopinti vestiti si incontrano e parlano. La pace sembra essere un filo sospeso ed in tensione, molte sono le preoccupazioni che gravano sulle loro spalle. Antichi nemici venuti da un’epoca passata e altri che pur non avendo formalmente dichiarato guerra controllano intere zone e strutture all’interno dello stesso Regno. Le armi sono tenute rinfoderate ma ben vicine a ciascuno.

Intanto nel feudo ai piedi del castello la notte è disturbata da un boato assordante; una grande esplosione squarcia il fianco di un edificio e, una carrozza portavalori sfreccia sbandando giù per un’alta strada. Cavalieri in vesti gialle e nere drappeggiati di bianco stanno urlando l’arresto della diligenza, tentando di prendere d’assalto la carrozza lanciata in corsa sfrenata.
Ma dal cassetto del nocchiere un paio di individui coi volti coperti da un drappo giallo respingono gli assalitori.
“Per ordine del Sole Invitto arrestate immediatamente la carrozza!”

Un cavaliere che tenta di mantenere l’equilibrio sul tettuccio del cocchio cerca goffamente di estrarre la spada dal fodero. Uno dei due nocchieri si volta in direzione dell’uomo ed estratto uno stocco, rapido e deciso disarma la mano guantata del cavaliere e gli assesta un forte calcio sullo sterno sbalzandolo fuori bordo e mandandolo a schiantarsi su di una bancarella lì accanto.

Un altro cavaliere al galoppo di un veloce destriero affianca la carrozza e lasciate le briglie salta dalla sella al bordo del cocchio.

Mentre lotta disperato per mantenere un appiglio, il secondo uomo incappucciato alla guida estrae – senza girarsi – una piccola balestra ad una mano e scocca un dardo da dietro le spalle.
Il dardo dalla punta rotonda centra in pieno la testa ricoperta dall’elmo del cavaliere e questi, privo di sensi, crolla al suolo rotolando in una nube di polvere, tramortito ma vivo.

“Bel colpo cugino!” Urla il primo dei due che rifonderato lo stocco si riassesta a sedere, il secondo rifondera la corta balestra sotto la cappa sbiadita e logora, non controbatte ma emette una sorta di sbuffo come risposta.

I pochi cavalieri rimasti all’inseguimento perdono le tracce del cocchio che se ne và sommerso da una nube di polvere e ombre.

Più in là, al limitare dell’abitato, la diligenza si arresta all’imbocco di un vicolo ed una terza figura riccamente vestita come una nobildonna sale a bordo della vettura.
Una volta all’interno fattasi strada tra forzieri e botti piene di ricchezze, la nobildonna sbuffa e tirate le tendine della carrozza tra un ringhio ed una maledizione si spoglia dell’ingombrante camuffamento.
Lancia la parrucca e cancella il neo di bellezza sul volto, si libera della pesante gonna e del corsetto facendo apparire vestiti molto più anonimi. Legatasi anche lei un bavaglio giallo al viso batte i pugni sul soffitto della carrozza e urla con voce molto meno aggraziata di quella che ha dovuto emulare fino a non troppo tempo prima: “Partiamo! E… La prossima volta giuro che l’infiltrato lo fa il Blello!”

Da sopra il nocchio una risata di risposta: “Avanti Bruffia, tu sei la migliore tra di noi per fare questo genere di cose! Io devo stare con Martivo, sennò rischierebbe di annoiarsi!”

L’uomo chiamato il Blello da una pacca amichevole al nocchiere ancora silenzioso e dall’aspetto distaccato, lui ribatte: “Ora fate silenzio voi due! Il colpo è andato bene, il Capo sarà abbastanza soddisfatto. Solo un muro crollato e qualche cavaliere tramortito, ma abbiamo recuperato parte delle sue finanze sequestrate.”

Continua:
“Un buon lavoro, sì, ma lui ci sta già aspettando, dice che è una questione urgente, e quando dice così, di solito c’è di mezzo un morto o due. Non vorrei che se si irritasse, un giorno o l’altro diventiamo noi l’urgenza…”

Tetro e tombale il Martivo ricarica la sua corta balestra e dà di redini ai due cavalli che trainano ancora una volta la carrozza ricolma di tesori per strade sinistre e nascoste.

Il Blello, che non sa tenere la lingua a posto al pari del suo stocco, ribatte: “Certo cugino che ti ci vedrei proprio bene come cicisbeo alla corte del Regno. Saresti il più bravo tra di noi a beccare il bersaglio, e poi con quel portamento e con la tua verve…”

Martivo appoggia le parole con freddezza:
“Io solo di due cose voglio preoccuparmi in questo Regno: di quanto ci guadagno e di come lo ammazzo. La politica la lascio a chi non ha abbastanza fegato da diventare leggenda.”

E di nuovo la notte torna, per il momento, silenziosa.