Sked era un tipo orgoglioso per la sua risma sociale e – per quanto i suoi compagni di corseria erano solito chiamarlo “Il basso” – sul ponte della nave valeva qualcosa; sicuramente più di un qualsiasi altro mozzo di spada o stomaco d’acqua dolce che sia. Ma ora era diverso.
Era da giorni con i cosiddetti “gioielli di famiglia” in ammollo nella baia nei pressi del porto; spacciato e camuffato come un qualsiasi allevatore di molluschi. Era da tempo all’opera giù nelle banchine a osservare i cambi di ronda della “nuova guardia marina Branchiese”…quei maledetti mangia-maghi!
Sembravano ossessionati dalle attenzioni ai riguardi del grosso piro-galeone alla fonda nel porto. Il suo pesante oro e rosso vermiglio pareva soffocare la luce del sole e, i fumi neri che si alzavano continuamente dalle sue fornaci rendevano l’aria irrespirabile nei pressi dell’approdo.
Molti onesti lavoratori e marinai illusoniani erano stati privati dei propri ormeggi per fare spazio a quella nave da guerra così massiccia ed invasiva. Sked guardava quella scritta in caratteri pomposi ed altisonanti: “Le Fou d’Or” e, giurava a se stesso che un giorno l’avrebbe vista colare a picco… O esplodere in un’unica vampata di fiamme e odore di pesci allo spiedo.
Il traffico nei pressi dell’ammiraglia branchiese era notevole e, cresceva continuamente il numero di piro-corvette e scafi più rapidi con a carico delegazioni, viveri e cambi della fanteria branchiese alla testa di ponte di Branchia.
Aveva faticato a nascondere il tatuaggio nero sul collo, ma con una buona dose di grasso di pesce e morcia aveva fatto un lavoro a regola d’arte. Un vero e proprio repellente per le attenzioni indesiderate della guardia branchiese, che sdegnava con lo sguardo qualsiasi illusoniano dall’aspetto miserabile che gli strisciava ai piedi. Stava facendo un buon lavoro e presto o tardi, avrebbe avuto le idee più chiare su come gestire l’attacco da terra.
Sì guardò alle spalle verso l’orizzonte e cercò di spiare dove fosse ora il peschereccio.
Sul peschereccio, nelle acque limitrofe al porto, Erada – il mezzo cuore e compagno di Sked – si consumava le mani notte e giorno a issare e calare le grosse e pesanti reti da pesca. I suoi palmi erano straziati dai denti di cane e dalla ruvida canapa.
A lui – che aveva sempre mal sopportato il pesce – toccava la copertura più nefasta e ingrata. Tra un colpo alla schiena ed un insolazione però, godeva del privilegio di osservare le spole marittime dei branchiesi.
Dai loro Reami alle coste illusoniane, Erada provava a riportare e registrare nella testa gli approvvigionamenti dei polverieri branchiesi e delle loro preziose scorte belliche. Nelle pause dalla fatica si sporgeva dalla modesta murata del peschereccio emulando riposo, mentre gli occhi – che sfidavano l’abbaglio del sole al tramonto – cercavano di trovare la strada di mare più rapida da cui, il veliero Fantango Blu avrebbe potuto dare l’assalto nel giorno dell’impiccagione.
“Se solo il Capitano fosse ancora al comando…”
Avrebbero bombardato i branchiesi da ben altra posizione, ma toccava loro arrangiarsi – come al solito – tra gli uomini della Ciurma.
Cercava di immaginare come disporre la murata del veliero per colpire le case matte dei polverieri con il tiro migliore, studiava quanto poteva il vento della baia per veleggiare più rapidamente in un “mordi e fuggi” classico e, rendere così ai Reami il maggior danno possibile con lo scarso carico di batteria che aveva la Fantango Blu.
Poca piro-polvere, pochi colpi ben piazzati erano la chiave per permettere ai ragazzi da terra di attaccare i branchiesi nell’assalto decisivo. Sperava solo, che la schiena gli tenesse fino al giorno della controffensiva.
Sì asciugò il sudore dalla fronte e lanciò uno sguardo distratto verso i moli di Illusonia.
Nei vicoli promisqui e malfamati dei moli, una venditrice ambulante di intrugli stava mercanteggiando le sue meraviglie afrodisiache ad annoiati e decadenti cortigiane e cicisbei in visita nell’esotico Regno di Illusonia per la capitolazione del terribile pirata Perrault.
Ospiti nel presidio militare come in villeggiatura, questi dignitari branchiesi annoiati dall’attesa del grande evento, sono l’occasione perfetta per Bruffia – una dei tanti e tante mozzi di spada della Fantango Blu – di tracciare e mappare ogni vicolo o angolo dei moli senza destare sospetti nelle guardie.
La Ciurma ha raschiato il fondo dei propri forziere per dare del materiale magico – tanto di moda nella nobiltà branchiese come merce di vizi e capricci – alla loro infiltrata e farla sopravvivere per il tempo necessario alla raccolta di informazioni che più di tutte attendevano: la via di fuga.
Quella notte, i tre radunati in un postribolo di marinai e lavoratori portuali, siedono in disparte mimetizzati perfettamente con l’ambiente ed il tono del locale.
Bruffia estrae dalla sacca – ripiena di pozioni e filtri di pessima qualità – un lembo di pergamena sulla quale – con un carboncino – sono state impresse linee e abbozzi di mura, case e torri.
Dice sotto voce srotolando il carteggio:
“Ho consumato le suole degli stivali a tal punto da camminare sulla pianta dei piedi per tutte le sfacchinate che ho fatto in questi giorni. Ma alla fine ho trovato qualcosa…”
I tre si strinsero ancora più a capannello sul foglio abbozzato. Bruffia con la punta dell’indice segna sul foglio linee geometriche e quattro snodi sul foglio, poi riprende:
“I branchiesi non lo sospettano, ma sotto i moli sono costruiti dei tunnel fognari abbastanza grandi da permettere ad un illusoniano di passarci a carponi: sono gli scarichi che sboccano sul mare.”
Insieme, gli altri due corsari realizzano ed una scintilla di speranza e follia gli illumina per un istante gli occhi, Bruffia continua:
“L’unica illusiogatta da spennare è la vastità e complessità dei cunicoli… Impossibile fare retrofront, una volta imboccato un tunnel si è costretti ad avanzare. Facile fare la fine dello stranotopo nel sacco se la via non è chiara.”
E per un attimo, l’idea che tutta la Ciurma venga massacrata ai portoni dei moli mentre il Capitano rimane incastrato in un tunnel cieco vanificando ogni sacrificio, prende il sopravvento, ma Bruffia cala un ultimo Eco dalla manica ed aggiunge:
“Ecco perché le chiuse fognarie devono essere azionate tagliando i flussi di scarico – che potrebbero fare annegare il fuggitivo – in modo da impedirgli di imboccare la strada sbagliata. Sono quattro e da quel che ho visto… Poco sorvegliate… Se avessimo qualcuno che possa chiuderle un istante prima della fuga…”
Sked prese parola:
“Troppi pochi uomini per questa impresa… Con le forze da terra e i ragazzi sulla nave a cannoneggiare, non abbiamo nessuno che possa agire dall’interno. Una manciata di volontari tra quelli delle Fazioni e poi più nulla… Non abbiamo i connotati per cambiarli a quelli di Branchia…”
Sputò a terra come a rimuovere l’amaro delle sue parole ed Erada prese parola dopo il quartiermastro:
“Ci inventeremo una soluzione Basso… Per ora propongo un contratto…”
Prese dal tavolo la pergamena, la strappò in quattro parti e le consegnò ai compari:
“Tutti sanno ma nessuno può senza gli altri. Qualsiasi cosa compiremo sarà meglio che starsene seduti a farsi prendere a pesci in faccia da quegli spocchiosi mangia-maghi… E ora compari… Abbiamo visto e fatto abbastanza… Torniamo dai ragazzi a festeggiare come si deve prima di dopodomani…”
Sorride e guardando negli occhi degli altri due aggiunge in un sussurro:
“A braccetto con la fine sempre e per sempre… possa fermarsi il Bordo del Mondo Illusione, Lame e sorrisi sempre affilati! Viva il Capitano Perrault!”


